LIBRO: “Filosofia del don Giovanni” – di U. Curi

Il saggio del filosofo Umberto Curi (Verona, 4 settembre 1941) è ben strutturato ed illustra in maniera pregevole l’evoluzione del mito di Don Giovanni, con un approccio filosofico molto interessante.
L’aspetto che emerge è il come il mito si sia adattato, garantendosi successo e sopravvivenza, alle varie culture con le quali è venuto a contatto e dalle quali è stato accolto.
Il percorso si snoda attraverso tre capitoli, ognuno dei quali analizza uno dei principali testi che riguardano il soggetto (l’ultimo appartiene al dominio della musica), dei quali si fornisce utile guida alla lettura.

1. “Don Giovanni o l’ingannatore di Siviglia” di Tirso de Molina.

2. “Dom Juan” di Moliere.

3. “Don Giovanni” di Mozart e Da Ponte.

Chi sia don Giovanni, in verità, nessuno può saperlo; lui stesso, nell’opera mozartiana, lo dice a donna Anna: “donna folle indarno gridi, ci son io tu nol saprai”, ma Umberto Curi ci prova e in maniera pregevole riesce a delineare i tratti salienti dell’ingannatore.

Per quanto non si prenda in considerazione il testo “Don Giovanni” di Kierkegaard, l’altro testo filosofico che tocca questo filone, è dal pensiero del filosofo danese che si parte. Questi, infatti, evidenzia il forte legame tra la figura del cavaliere e i principi della tradizione cristiana (che nella parte iniziale del libro vengono, forse eccessivamente, approfonditi).

La prima opera illustra il personaggio quale rappresentante l’antitesi della morale religiosa. Il suo voler continuamente sedurre era sí considerato fatto grave ma non può spiegare la severità della pena inflitta. Occorre qui ricordare che Tirso de Molina era un frate e, per quanto avesse scelto argomenti di seduzione, subordinava questi all’inganno e, per tradizione ecclesiale, li riteneva meno gravi che le offese al credo. Don Giovanni, quindi, viene sprofondato all’inferno non perché ha sedotto, non preoccupa la condizione delle donne coinvolte, ma perché ha peccato contro la divinità cristiana.

Nella seconda parte l’amore, che nel precedente capitolo era inteso come divino, qui assume le caratteristiche del sentimento che spinge alla guerra, e lo si comprende analizzando l’opera di Moliere. Interessante la chiave di lettura presa in prestito dalla dottrina filosofica del “libertinage erudite” della quale lo scrittore francese era esponente, essendo allievi di Gassendi

Gli appassionati di lirica resteranno soddisfatti dall’ultimo capitolo. Si traccia il legame tra il libretto e le opere di Tirso e Moliere, ma non solo, avendo Da Ponte attinto ad altri autori.
Si procede con l’analisi delle “anomalie”, dovute ad un soggetto drammatico rappresentato, tranne che per alcune parti, utilizzando un registro tipico dell’opera buffa – e questa duplicità ritorna più volte nell’opera, dal prologo di Leporello all’epilogo (e qui l’autore si sofferma per analizzare le differenze tra la rappresentazione di Praga e quella di Vienna, dove viene eliminato il sestetto finale, conferendo all’opera il finale riconciliante tipico della commedia). Emerge chiaramente, anzi l’autore stesso lo dichiara, che il libretto non presenta grossi spunti artistici né innovazioni, un Don Giovanni che appare scialbo senza l’essenza conferita da Moliere e da Tirso. Sarà il contributo di Mozart che renderà l’opera superba.

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